E’ accusato di aver reclutato adepti in carcere e di aver partecipato “all’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia” e di aver reclutato adepti in carcere, il tunisino trentaquattrenne arrestato nell’operazione antiterrorismo “Black Flag”. Le serrate indagini sono state svolte dalla Polizia di Stato della Digos della Questura di Roma e dal Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, coordinati dal Pool Antiterrorismo della Procura della Repubblica di Roma. L’ordinanza di custodia cautelare gli è stata notificata nella casa circondariale di Rebibbia, dove era già detenuto per altri reati.

 

Nel nostro paese era arrivato con un regolare permesso di soggiorno e dal 2008 era sposato con una donna italiana dalla quale ha avuto una bambina. “Appena uscirò dal carcere andrò a combattere in Siria”, avrebbe detto ai suoi compagni di cella.

 

Dopo essere stato arrestato per la prima volta nel 2014 in via dei Sette Metri, per aver puntato la pistola contro gli agenti nel corso di un regolare controllo, mentre viaggiava in auto con un marocchino e insieme riuscirono a scappare. La sera successiva, però, il tunisino venne rintracciato a San Basilio dalla Digos e sottoposto a fermo per i reati di detenzione e porto illegale di arma comune da sparo, ricettazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Reati per i quali veniva processato e condannato alla pena di anni 3 e mesi 8 di reclusione. Una pena che sta ancora scontando in carcere.

 

La sua “radicalizzazione religiosa” stando a quanto emerso dalle indagini, sarebbe iniziata nel corso della sua prima detenzione nel carcere di Velletri nel 2011. Da tale istituto di pena, ove era ristretto per violazione della legge sugli stupefacenti, era uscito profondamente cambiato, iniziando a praticare l’Islam con assiduità nelle moschee della città. Proprio in questo periodo, lo stesso viene in contatto con i fratelli tunisini della Shari-a, entrando in possesso di una bandiera del gruppo terroristico del tutto simile a quelle del califfato dell’Isis. Nella stessa sono presenti delle scritte nella parte superiore  che individua la “Shaada” ossia la professione di fede “non vi è altro Dio oltre Dio”; al centro compare il cd. sigillo di Maometto che si traduce in : “Mohamed è il messaggero di Allah”; sotto il logo centrale la scritta “Ansar al Shari-a”, simbolo dell’organizzazione terroristica operativa in Tunisia e Libia.

Il suo modus operandi ha assunto un carattere violento a partire da  giugno 2015, quando presso il carcere di Civitavecchia è stato il mandante di una vera e propria spedizione punitiva, con bastoni e sgabelli, nei confronti di un detenuto che si era lamentato delle preghiere notturne che il gruppo, guidato dall’indagato, imponeva all’interno della sezione di appartenenza.

Anche presso la Casa Circondariale di Frosinone, dove era stato trasferito per motivi di sicurezza, nel mese di luglio 2015, si è reso nuovamente protagonista di una violenta aggressione nei confronti di un detenuto italiano che aveva contestato i continui ed insistenti discorsi inneggianti all’Islam. La vittima è stata dapprima circondata da diversi detenuti di fede musulmana che facevano parte del gruppo di preghiera e poi malmenato con calci, pugni e con oggetti contundenti che gli hanno procurato tagli profondi al collo ed alla schiena.

Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria ha raccolto ulteriori elementi investigativi in ordine all’opera di radicalizzazione ed indottrinamento del tunisino tanto che nell’agosto 2015, anche un suo compagno di preghiera ha denunciato alla Polizia Penitenziaria di aver subito dal tunisino soprusi e imposizioni.

Trasferito presso l’Istituto penitenziario di Napoli Secondigliano, per motivi di ordine e sicurezza, il tunisino si sarebbe reso responsabile, nel maggio 2016, di una violenta aggressione ai danni di un detenuto nigeriano di fede cristiana.

Dopo essere stato assegnato al carcere di Salerno, per motivi di sicurezza, è stato protagonista di numerose violazioni penali e disciplinari tra le quali anche quelle di minaccia nei confronti degli operatori di Polizia Penitenziaria, intervenuti per la risoluzione delle diverse criticità dallo stesso create.

In un caso specifico ha urlato agli agenti che gli avrebbe tagliato la testa se non lo avessero accontentato nelle sue richieste, cercando di coinvolgere i compagni di detenzione nelle azioni turbative.

Nel settembre 2016, trasferito, sempre per motivi di sicurezza, alla casa circondariale di Viterbo, avrebbe appiccato un incendio doloso nella sua camera e poi avrebbe aggredito gli agenti intervenuti per salvarlo.

 

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E’ accusato di aver reclutato adepti in carcere e di aver partecipato “all’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia” e di aver reclutato adepti in carcere, il tunisino trentaquattrenne arrestato nell'operazione antiterrorismo 'Black Flag'. Le serrate indagini sono state svolte dalla Polizia di Stato della Digos della Questura di Roma e dal...